domenica 5 luglio 2009

Il Coraggio di Perdere di Fausto Bertinotti


Perdere non è per forza qualcosa di male, mentre la vittoria è veramente cosa buona quando è di tutti. Senza dimenticare comunque che sconfitta e vittoria sono gemelle: vincono i primi se gli ultimi perdono. Affinché la vittoria però possa essere di tutti, servirebbe un mondo dei giusti e della non-violenza, bisognerebbe, per citare Giovanni XXIII, “eliminare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo”. È necessario interpretare la sconfitta in maniera diversa, con un atteggiamento e punti di vista diversi, lontani dal mito della modernità e della produttività. La sconfitta può essere intesa come una possibilità. Essa può essere misurata e analizzata, racchiude in sé la possibilità d’analizzare il cambiamento.

La sconfitta come noto porta con sé dolore. Ma cosa ancora più pericolosa, porta alla lotta tra gli sconfitti e al rancore. La sconfitta assomiglia al concetto di nulla in filosofia: chi non si affaccia sul nulla non può comprendere il reale. Per citare il Manifesto del Partito Comunista di Marx e Engels, “la storia è storia di lotta di classe che porta a nuova civiltà o alla rovina di entrambe le classi in lotta”. Ma per poter parlare di sconfitta, bisogna tenere conto della vittoria. Questo perché la sconfitta di oggi introduce alla vittoria di domani. Sconfitta di una parte contro un’altra e sconfitta del singolo come parte di una vicenda collettiva: questo perché il legame tra singolo e collettività è insuperabile.

Ciò che si può fare per comprendere la sconfitta è spostarne la percezione. Nel mondo classico l’eroe non è mai marchiato come perdente. L’eroe è per sua natura innocente e non può portare i segni della sconfitta perché quello che si è compiuto era scritto nel destino. Nonostante ciò Ettore è uno sconfitto che continua ad alimentare entusiasmo. Il fatto stesso che il suo destino si compia lo rende coraggioso, senza macchia, eroe. La cultura ellenica salva sempre lo sconfitto. La venuta di Cristo spezza invece la catena con cui il mondo classico aveva salvato l’eroe dalla sconfitta. La sconfitta, con Cristo, deve essere perseguita perché necessaria alla resurrezione: la croce diventa quindi un simbolo di morte e infamia, necessario però alla risurrezione, alla vittoria. Croce e vittoria, sconfitta e resurrezione, sono però contemporanee. Cristo muore per tradimento, per voto popolare che preferisce Barabba. Muore nella solitudine, abbandonato anche dal padre. Per poter compiere il rovesciamento rispetto alla cultura ellenica, deve lasciare il mondo e creare una vittoria ultramondana. Ma chi è che si propone di portare sulla terra infine questo trascendentale ultramondano? Chi decide di portare il cielo in terra?

È la rivoluzione, la lotta di liberazione che s’incarica ad un certo momento della storia dell’uomo di portare il cielo in terra. La sconfitta diventa così la condizione che si dà sulla strada del tentativo di liberazione degli ultimi: è un’impresa contro la storia. Per questa ragione all’interno del movimento operaio la sconfitta porta con sé la lezione, serve a capire. Con il movimento operaio e in particolare con la Comune di Parigi, la sconfitta si diventa lezione. La comune è un discrimine. È un punto di revisione. Da quel momento in poi nasce all’interno del movimento operaio l’idea di partito.

Dopo il massacro dei comunardi si è capito che non si poteva più sbagliare e per non sbagliare più si è concepito il partito. Proprio grazie a questa riflessione infatti è stata possibile la vittoria nella Rivoluzione d’ottobre. La tragedia che ne è seguita è stata invece causata dalla paura di perdere. Il partito non voleva più perdere, rifiutava la sconfitta. Riesce così sì a vincere la battaglia, ma infine perde la guerra: si potrebbe definire questa tendenza una coazione a vincere. Sarà poi Mao Zedong a riscoprire che “s’impara di più da una sconfitta che da cento vittorie”. La sconfitta deve infatti spingere a riflettere a come la si sarebbe potuta evitare. C’è un atteggiamento rinunciatario verso gli sconfitti. Si dimentica facilmente che se non altro loro ci hanno provato. La Repubblica di Weimar ad esempio viene ricordata solo per aver permesso la presa del potere da parte del Nazismo e si dimenticano le innovazioni democratiche e i miglioramenti nella società tedesca.

Un altro esempio può essere quello dei 35 giorni degli operai della Fiat. In quell’occasione il movimento è stato sconfitto. Ma per questo forse non avrebbero dovuto battersi? Quella è stata una battaglia per la dignità, per una dignità collettiva, non individuale. Non è stata solo una testimonianza di fede:la sconfitta è parte della vita così come la politica. C’è una sconfitta che è irrimediabile, che porta al naufragio della comunità e alla cancellazione della memoria. È quella che perde le ragioni per cui si è combattuto e cerca dei colpevoli tra gli sconfitti: i vinti sono vinti quando sono assunti nella logica dei vincitori. Si nega la sconfitta solo per interessi di ceto. La negazione è l’autoaffermazione a proseguire: serve solo per salvare se stessi.

Per concludere, Benjamin racconta di una macchina per gli scacchi che vinceva sempre. Come poteva essere possibile che una macchina costruita dall’uomo riuscisse a vincere la fantasia dell’uomo. In realtà continua Benjamin, sotto la macchina c’era un nano gobbo e deforme che vinceva la partita. Ecco, la soluzione sta nel trovare il nano gobbo e deforme, se no si continuerà a perdere.

Luca Oggianu

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