sabato 25 luglio 2009

La promessa di Paolo Fresu e Omar Sosa


Sarà un viaggio musicale all’insegna del coraggio lo spettacolo che Omar Sosa e Paolo Fresu offriranno al pubblico del Belvedere del Ravello Festival: non il “solito” jazz. Il pianista cubano, poliglotta musicale, e il trombettista sardo, artista onnivoro e creativo, fonderanno la ricerca delle radici della musica africana con echi sonori che si nutrono di launeddas e antichi suoni del mediterraneo. Una miscela di jazz ed elettronica che si spinge oltre i limiti dell’etnico e del contemporaneo.


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venerdì 24 luglio 2009

Danza e Coraggio. Maratona internazionale


La Danza arriva a Ravello con un gala-evento concepito e prodotto in esclusiva per il Festival. La Maratona Internazionale “Danza e Coraggio” è iniziata questa mattina in Villa Rufolo. I protagonisti hanno parlato di sé e della propria arte davanti ad un pubblico di appassionati della danza. Durante l'incontro Marinella Guatterini ha presentato il libro L’ABC della Danza, edito da mondadori, rispondendo alle domande del critico e giornalista de El Pais Roger Salas .
Questa sera, alle 20.45 nel Belvedere di Villa Rufolo, artisti di fama internazionale si esibiranno con slancio generoso in coreografie d’autore del recente passato. Ogni brano porterà il segno di una creatività unica per stile e sensibilità. Ballerini del calibro di Silvia Azzoni, Maxim Beloserkovisky, Alberto Del Sax, Irina Dvorovenko, Shirley Esseboom, Susanne Linke, Francesco Nappa, Gil Roman, Oleksandr Ryabkpo si esibiranno in coreografie di George Balanchine, Maurice Bèjart, Mauro Bigonzetti, William Forsythe, Jirì Kyliàn, Susanne Linke, John Neumeier, Alwin Nikolais.

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giovedì 23 luglio 2009

Tromba e pianoforte: dentro e fuori la tradizione

Alle 21.45, nella Sala dei Cavalieri di Villa Rufolo, continuano gli appuntamenti con le Passeggiate Musicali. In collaborazione con la Reale Ambasciata di Norvegia, Tine Thing alla tromba e Helseth Steffen Horn al pianoforte eseguiranno brani di Martinu, Ravel, Bach, Enescu, Chopin, Grieg, Saeverud, Friedman, Grieg e de Falla. Un evento eccezionale che vede la tromba, strumento di solito inserito in un’orchestra o affidato a un estroso del jazz, interpretare un repertorio classico.

Il nostro esperto musicale della scuola Renato, ci ha spiegato la difficoltà di scovare un repertorio classico da solista per uno strumento come la tromba. Siamo molto curiosi rispetto a questo evento, anche perché la trombettista norvegese è una donna. Gli ottoni sono infatti degli strumenti che potremo definire da "banda" e l'ambiente della banda è stato da sempre una prerogativa maschile, perché legato ad una visione cameratista, nomade e quindi scomoda del fare musica. L'evento non sarà quindi unico solo dal punto di vista musicale, ma persino da un'ottica sociale.

I volti del coraggio, i volti della paura


Questo poemriggio alle 18.00, nel meraviglioso scenario dei Giardini della Principessa di Piemonte, ritornano la formazione e la scienza. Protagonisti questa volta saranno il Professore Vittorio Gallese dell’Università degli Studi di Parma, scopritore insieme al suo team dei "neuroni mirror", e la Professoressa Diomira Petrelli dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”.
Per noi allievi sarà l'ennesima occasione d'incontrare e confrontarci con uomini e donne fuori dal comune. L'Italia è un paese che soffre per i continui tagli alla ricerca, come alla cultura. In un contesto d'eccellenza come il Festival di Ravello questo due mondi, in apparenza distanti, potranno trovare strategie comuni e trasmettere ai visitatori il senso del coraggio di continuare a fare ricerca.
La conferenza, preceduta da un contributo musicale del sassofonista Alfonso Deidda, si occuperà appunto de “I volti del coraggio, i volti della paura. Approcci ricerca a confronto”.

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lunedì 20 luglio 2009

La Giffoni Experience

Un festival pensato ed interamente dedicato a bambini e ragazzi. Il Giffoni Film Festival, da ormai quasi quarant’anni, offre la possibilità ai giovani non solo di assistere alla proiezione di grandi anteprime cinematografiche, ma di essere anche parte attiva nella scelta dei film da premiare, costituendo loro stessi la giuria del festival. Un’emozione straordinaria per i piccoli giurati, che sentono realmente l’importanza della propria sensibilità e delle proprie opinioni.L’atmosfera di Giffoni nei giorni del festival è sorprendente. Quando noi allievi della scuola siamo arrivati, su invito dello stesso presidente fondatore, Claudio Gubitosi, siamo stati investiti dal contagioso entusiasmo di centinaia di euforici ragazzini che, nelle loro magliette colorate, passavano, emozionati e festosi, da un evento all’altro. Così anche noi, colti da una momentanea sindrome di Peter Pan, abbiamo entusiasticamente assistito all’anteprima nazionale del film “Immagina che”, con il divertente attore americano Eddie Murphy nei panni del protagonista. La commedia, che apparentemente sembra priva di intenti pedagogici, in realtà dimostra di saper affrontare temi delicati e particolarmente attuali, come il difficile rapporto tra un padre completamente assorbito dalla carriera e la figlia trascurata, bisognosa di attenzioni. Nonostante la profondità e l’attenzione a queste importanti tematiche, il regista non rinuncia all’impronta umoristica tipica di questo genere cinematografico. Dopo la proiezione, ospiti del presidente, siamo stati accolti all’interno del convento di San Francesco dove, nel chiostro, era stato allestito per l’occasione un sontuoso buffet. Tra un bicchiere di vino e una risata, Claudio Gubitosi ci ha illustrato, con orgoglio, il percorso che ha coraggiosamente intrapreso, appena diciottenne, per portare il festival da lui ideato e fondato ai livelli internazionali a cui oggi è giunto. L’intento fondamentale del festival è offrire ai giovani i migliori prodotti cinematografici che possano educarli e divertirli, sensibilizzandoli a tematiche delicate e talvolta difficili. Per questa ragione l’edizione di quest’anno affronta il tabù. I giovani devono imparare ad affrontare i tabù ed avere il coraggio di infrangerli per poter essere liberi e crescere come individui sani e consapevoli. Lo stesso coraggio che ha dimostrato Gubitosi nello sfidare non solo la crisi economica, prolungando la durata del festival invece di diminuirla, ma anche nel variarne la formula per far in modo che il festival non sia un evento statico, ma una realtà in continuo divenire, per aspirare a livelli sempre più eccelsi.Gubitosi ha dedicato la vita ai ragazzi, mettendone la formazione e gli interessi al centro del proprio universo e, di conseguenza, anche del proprio core business. E la Giffoni Experience è decisamente un’esperienza da vivere e rivivere, anche se non si è più dei ragazzini.

Francesca Battinieri


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sabato 18 luglio 2009

Requiem per Chis




Il coinvolgente ritmo di musica jazz di Enrico Rava e i componenti del suo gruppo, intrecciato con il racconto inedito di Andrea Camilleri, profondamente recitato da Enzo Decaro, hanno dato vita al Requiem per Chris. Il titolo nasce dall’intreccio di due avvenimenti che hanno come protagonisti,Enrico Rava, la città di New Orleans e Chris LaMartine, musicista jazz morto suicida nel 1917.

Rava trovatosi a New Orleans vive da vicino la terribile esperienza dell’uragano Katrina che travolge la città simbolo della musica jazz, sommersa dall’acqua, quindi requiem per le persone scomparse e la storia della musica jazz. La tragedia di New Orleans si intreccia con il ricordo di Rava della ricerca, avvenuta anni prima, di Chris LaMartine e dei suoi brani perduti, da qui il titolo Requiem per Chris .

Nei brani successivi emerge anche la difficoltà di far vivere la musica jazz negli anni del fascismo, dove i sentimenti di odio razziale nei confronti degli afroamericani, precursori di quel tipo di musica, erano molto marcati.

Temi molto toccanti e profondi che il talento degli Enrico Rava quintet e la voce narrante di Enzo Decaro hanno saputo trasformare in una originale e trascinante esibizione.

Anna Cataruozzolo

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Ho tante storie quante sono le persone che incontro


Ciascuno di noi ha storie infinitamente belle da raccontare, poesie che cova dentro.
Talvolta genera sentimenti sublimi e maestosi, talvolta si rigenera nel silenzio lasciando un vuoto enorme dentro di se. Il silenzio non è una tecnica, imparare il silenzio significa non scappare.
Imparare il silenzio significa saper rispettare il ritmo e l'armonia che ci circonda.
Il silenzio è coraggio.
Non esiste un pericolo più grande e invalicabile degli altri, dipende tutto dalla nostra capacità di affrontarlo.
Le nostre vite sono tante spiagge deserte, mai viste e mai incontrate.
Spiagge perdute in mondi isolati di cui nemmeno ci è stato detto il nome.
Camminiamo lenti e solitari, distribuendo in modo più o meno ordinato le nostre orme dove non c'era alcun segno di vita.
Talvolta confondiamo i nostri passi con quelle degli altri, talvolta preferiamo guardare avanti con solo la nostra ombra che ci prende per mano.
Non importa quanto le nostre orme resisteranno all'alta marea, non importa quanto solide e forti saranno,il mare inquieto forse le cancellerà dopo poco tempo, senza lasciare troppi segni del nostro cammino.
Cio' che importa è il coraggio di camminare, di cercare un motivo per farlo anche quando non c'è sole, anche quando tutti gli altri si fermano. Cio' che importa è avere qualche meta più o meno lontana che ci dia il coraggio di non ferarmarci nonostante il buio pesto.
Ci sono volte in cui siamo incorenti viaggiatori, per chi ci osserva da un piano rialzato sembriamo tante persone, non una sola. Altre volte invece disegnamo linee rette e perpendicolari. Le orme che mi piacciono di più sono quelle dei folli. Sono più forti di altri, più coraggiosi di altri, più fortunati di altri.
Esprimono i loro sentimenti senza timore, si tuffano nel vuoto anche se temono il vuoto. I folli hanno il sorriso di un bambino e il cuore di un gigante.
Sono persone di cui conosciamo i nomi, ma di cui ci sfugge il volto.
Sono il vento forte che porta via tutto in pochi istanti per poi sparire di nuovo.

Il coraggio di un bambino, di un pittore di uno scrittore, il coraggio di una madre, di un padre, di un uomo che ha perso tutto e di un altro che ha vinto.
Il coraggio è uno mostro dalle mille facce che gioca a dadi con il destino, chiedendosi quale sarà il punto in cui volgere il prossimo sguardo, chiedendosi quali occhi dovranno vigilare ancora e quali altri potranno restare socchiusi.
Il coraggio è l'atto più forte di uno spettacolo senza troppi toni forti, è una stonatura in un canto melodico, è uscire di strada alla ricerca di altri percorsi sconosciuti.
Il coraggio si scontra con la noia e con la paura.
Coraggio è un teatrante povero, poco famoso, solo e affamato.
Si trascina su un palco per recitare l'ultimo atto di uno spettacolo mai visto.

Si lascia travolgere da una pugnalata ogni sera, vive per quello in cui crede, vive e basta.

Chiara Vuilleumier

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mercoledì 8 luglio 2009

City of God


A metà strada tra film e documentario, Città di Dio è la trasposizione cinematografica, per la
regia di Fernando Meirelles, del libro omonimo di Paulo Lins. Ambientato in una favelas vicino Rio De Janeiro, la storia, la nascita e lo sviluppo del crimine organizzato tra gi anni ‘60 e inizi ‘80 è raccontata dal protagonista, Buscapè, l’unico che con un po’di autoconsapevolezza cerca di
sottrarsi alle dinamiche del crimine, della violenza, della vendetta, della morte grazie a un
personalissimo sogno:diventare fotografo. La fotografia come mezzo per documentare la realtà diventa strumento per Buscapè di sfuggire dalla stessa e dal proprio destino segnato alla nascita.
La fotografia è presa come tema formale, la pellicola infatti procede a scatti, a istantanee di ritratti della disperazione, della cattiveria umana e dell’odio.

Le favelas sono città nelle città dove convivono mondi stridenti. Vita e morte, legalità e criminalità, buono e cattivo sono talmente prossime che l’unica discriminante diventa il caso. Una realtà lontana per molti di noi, ma familiare per le due allieve brasiliane, Lara e Carol. Un punto di vista diverso da cui la violenza delle immagini assumono un tratto ironico e il gesto di un criminale può diventare quasi buffo. Il 14 Luglio avremo in aula il regista brasiliano e l’attesa cresce.




Gli allievi e il direttore


Un discorso che guarda al futuro quello fatto a noi allievi della Scuola di Management dal Direttore Generale del Ravello Festival Stefano Valanzuolo. Numeri sicuramente positivi quelli da cui parte Valanzuolo per analizzare cos’è oggi il Festival e su cui decidere per il domani. Un Festival articolato in otto sezioni rivolto ad uno spettatore spesso di passaggio. Il gusto del pubblico sta cambiando e compito di un direttore generale è quello di leggere la tendenza e saperla intercettare. Da qui la necessità di innovare la proposta e saperla comunicare in un panorama culturale inflazionato in un moltiplicarsi di eventi in concorrenza fra di loro.
Questa è la sfida che si è dato Valanzuolo: assecondare il gusto del pubblico che tende a premiare
il “già visto” conciliandolo con un alto livello qualitativo dal punto di vista culturale nel segno di quella tradizione, che ha reso prestigioso e noto il Ravello Festival nel tempo.

domenica 5 luglio 2009

Il Coraggio di Perdere di Fausto Bertinotti


Perdere non è per forza qualcosa di male, mentre la vittoria è veramente cosa buona quando è di tutti. Senza dimenticare comunque che sconfitta e vittoria sono gemelle: vincono i primi se gli ultimi perdono. Affinché la vittoria però possa essere di tutti, servirebbe un mondo dei giusti e della non-violenza, bisognerebbe, per citare Giovanni XXIII, “eliminare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo”. È necessario interpretare la sconfitta in maniera diversa, con un atteggiamento e punti di vista diversi, lontani dal mito della modernità e della produttività. La sconfitta può essere intesa come una possibilità. Essa può essere misurata e analizzata, racchiude in sé la possibilità d’analizzare il cambiamento.

La sconfitta come noto porta con sé dolore. Ma cosa ancora più pericolosa, porta alla lotta tra gli sconfitti e al rancore. La sconfitta assomiglia al concetto di nulla in filosofia: chi non si affaccia sul nulla non può comprendere il reale. Per citare il Manifesto del Partito Comunista di Marx e Engels, “la storia è storia di lotta di classe che porta a nuova civiltà o alla rovina di entrambe le classi in lotta”. Ma per poter parlare di sconfitta, bisogna tenere conto della vittoria. Questo perché la sconfitta di oggi introduce alla vittoria di domani. Sconfitta di una parte contro un’altra e sconfitta del singolo come parte di una vicenda collettiva: questo perché il legame tra singolo e collettività è insuperabile.

Ciò che si può fare per comprendere la sconfitta è spostarne la percezione. Nel mondo classico l’eroe non è mai marchiato come perdente. L’eroe è per sua natura innocente e non può portare i segni della sconfitta perché quello che si è compiuto era scritto nel destino. Nonostante ciò Ettore è uno sconfitto che continua ad alimentare entusiasmo. Il fatto stesso che il suo destino si compia lo rende coraggioso, senza macchia, eroe. La cultura ellenica salva sempre lo sconfitto. La venuta di Cristo spezza invece la catena con cui il mondo classico aveva salvato l’eroe dalla sconfitta. La sconfitta, con Cristo, deve essere perseguita perché necessaria alla resurrezione: la croce diventa quindi un simbolo di morte e infamia, necessario però alla risurrezione, alla vittoria. Croce e vittoria, sconfitta e resurrezione, sono però contemporanee. Cristo muore per tradimento, per voto popolare che preferisce Barabba. Muore nella solitudine, abbandonato anche dal padre. Per poter compiere il rovesciamento rispetto alla cultura ellenica, deve lasciare il mondo e creare una vittoria ultramondana. Ma chi è che si propone di portare sulla terra infine questo trascendentale ultramondano? Chi decide di portare il cielo in terra?

È la rivoluzione, la lotta di liberazione che s’incarica ad un certo momento della storia dell’uomo di portare il cielo in terra. La sconfitta diventa così la condizione che si dà sulla strada del tentativo di liberazione degli ultimi: è un’impresa contro la storia. Per questa ragione all’interno del movimento operaio la sconfitta porta con sé la lezione, serve a capire. Con il movimento operaio e in particolare con la Comune di Parigi, la sconfitta si diventa lezione. La comune è un discrimine. È un punto di revisione. Da quel momento in poi nasce all’interno del movimento operaio l’idea di partito.

Dopo il massacro dei comunardi si è capito che non si poteva più sbagliare e per non sbagliare più si è concepito il partito. Proprio grazie a questa riflessione infatti è stata possibile la vittoria nella Rivoluzione d’ottobre. La tragedia che ne è seguita è stata invece causata dalla paura di perdere. Il partito non voleva più perdere, rifiutava la sconfitta. Riesce così sì a vincere la battaglia, ma infine perde la guerra: si potrebbe definire questa tendenza una coazione a vincere. Sarà poi Mao Zedong a riscoprire che “s’impara di più da una sconfitta che da cento vittorie”. La sconfitta deve infatti spingere a riflettere a come la si sarebbe potuta evitare. C’è un atteggiamento rinunciatario verso gli sconfitti. Si dimentica facilmente che se non altro loro ci hanno provato. La Repubblica di Weimar ad esempio viene ricordata solo per aver permesso la presa del potere da parte del Nazismo e si dimenticano le innovazioni democratiche e i miglioramenti nella società tedesca.

Un altro esempio può essere quello dei 35 giorni degli operai della Fiat. In quell’occasione il movimento è stato sconfitto. Ma per questo forse non avrebbero dovuto battersi? Quella è stata una battaglia per la dignità, per una dignità collettiva, non individuale. Non è stata solo una testimonianza di fede:la sconfitta è parte della vita così come la politica. C’è una sconfitta che è irrimediabile, che porta al naufragio della comunità e alla cancellazione della memoria. È quella che perde le ragioni per cui si è combattuto e cerca dei colpevoli tra gli sconfitti: i vinti sono vinti quando sono assunti nella logica dei vincitori. Si nega la sconfitta solo per interessi di ceto. La negazione è l’autoaffermazione a proseguire: serve solo per salvare se stessi.

Per concludere, Benjamin racconta di una macchina per gli scacchi che vinceva sempre. Come poteva essere possibile che una macchina costruita dall’uomo riuscisse a vincere la fantasia dell’uomo. In realtà continua Benjamin, sotto la macchina c’era un nano gobbo e deforme che vinceva la partita. Ecco, la soluzione sta nel trovare il nano gobbo e deforme, se no si continuerà a perdere.

Luca Oggianu

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Il Coraggio di Vincere di Augusto Abbarchi

La scherma è uno sport che simula un vero e proprio duello e di norma, un duello non prevede pareggi: per vincere è necessario uccidere il proprio avversario.
Il coraggio può essere considerato come “assenza della paura”. Non quindi qualcosa che si acquisisce, bensì qualcosa che si toglie. In un’ottica romantica il coraggio è un energia che annienta la paura. Nella scherma, il coraggio può perfino eliminare quella particolare paura che è “la paura di vincere”: paura di uccidere, anche se solo metaforicamente, il proprio avversario. Il coraggio può quindi funzionare per sottrazione, come quando riesce ad allontanare la paura di vincere. D’altra parte però, la paura, ci protegge e deve essere rispettata e amata come una parte essenziale di noi stessi: fuggire la paura infatti, non rende coraggiosi.
Vincere comporta responsabilità e cambiamento e questi producono stress. Il peso della responsabilità viene dalla ricerca del risultato, deriva dall’aver investito molto per la vittoria e dalla paura di vincere eliminando il nostro avversario. Nelle organizzazioni la vittoria è strettamente legata alla missione ed equivale al compimento della stessa e alla sua sopravvivenza nel tempo. Spesso si confondono gli indicatori di performance con delle vittorie. Se ad esempio nella pubblica amministrazione l’assenteismo diminuisce, il dato dovrebbe essere visto come un indicatore di performance, non come una vittoria.

Ma rispetto alla metafora sportiva, nel mondo del lavoro dove il terreno di gioco è definibile, al perdente non corrisponde giocoforza un vincente. La SAP ad esempio ha un competitor molto forte che carica la propria organizzazione al fine di eliminare la concorrenza: utilizza un’energia contro. La SAP non risponde con modalità negative, non libera forze contro, ma crede nelle energie a favore. Invece che prestare troppa attenzione ai propri competitors, la SAP ha spostato l’attenzione sui clienti, per produrre un gioco dove possano vincere sia l’azienda che gli stakeholders. Se vincono tutti l’energia non può che essere positiva: la missione di SPA è “eccedere le aspettative dei propri clienti”.
Il leader di un’organizzazione vincente non si vede sui giornali, lavora per la squadra e custodisce l’asset. Come nella parabola dei talenti il manager con queste caratteristiche deve far fruttare i “talenti” del proprio team: le persone che compongono l’azienda sono i talenti che sono stai affidati al manager e che devono creare valore. L’azienda che non ha coraggio non può innovare e se non innova è destinata a morire. Il coraggio deve essere coltivato all’interno dell’azienda come energia e come assenza di paura. Il coraggio è la ricerca dell’eccellenza e la ricerca dell’errore. Gli errori sono infatti sintomo di movimento, d’innovazione. Gli errori indicano che si sta migliorando. Se si dovesse smettere di compiere errori si affonderebbe nella burocrazia. Nelle aziende bisogna produrre una cultura che lasci spazio all’errore.
Per vincere, per avere successo, è necessario che l’organizzazione possieda dei valori. L’azienda non è una somma di coraggi. Fare adottare dei valori è difficile, ma una volta acquisiti, questi sono una garanzia di successo. È necessario far capire che il successo non corrisponde al profitto, ma è direttamente proporzionale all’utilizzo che di questo si fa: investire nei valori eliminare la paura di vincere. Per vincere, ogni componente di quell’organismo che è l’azienda, deve avere chiara la missione della stessa. Deve sapere cosa fare e quale è il suo ruolo rispetto alla missione e deve soprattutto ricevere dei feedback per sapere dove eccelle e dove sbaglia.

Luca Oggianu

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giovedì 2 luglio 2009

Video Allievi MasterCor presentato al Seminario d'Estate di Ravello